03/10/2003
"L'UNIONE ASOCIALE" di B. Della Vedova e S. Mazzocchi (Il Foglio pag. 2)
Se deve diventare l'Europa dei sindacati allora lasciateci l'Europa dei banchieri, molto meglio
l'Unione Europea si è fondata, nei fatti, sulla cooperazione economica, trovando nell'integrazione dei mercati e nell'obiettivo della piena libertà di circolazione di merci, lavoratori e poi di capitali la spinta più forte al progressivo "depotenziamento" delle frontiere nazionali. Per molti anni indicata da certuni in modo spregiativo come "l'Europa dei banchieri", proprio la realtà del mercato unico ha assicurato legami e interdipendenze che hanno costituito l'ossatura vera della Comunità e posto le premesse dell'Unione. I benefici indubbi dell'integrazione dei mercati hanno reso possibili importanti "cessioni" di sovranità, come nel caso della concorrenza e delle politiche commerciali, da parte delle capitali nei confronti di Bruxelles,.
Attraverso la Convenzione, l'Unione Europea sta ora cercando un'incerta integrazione politica su basi democratiche e liberali, che, almeno in un settore centrale e strategico come quello di una comune politica estera e di difesa, resta una chimera. Al di là di un giudizio complessivo sulla Convenzione e sui suoi risultati, però, si deve sottolineare come proprio il campo dell'economia è stato quello sul quale meno si è discusso e meno si è intervenuti.
In definitiva, la "costituzione economica" dell'Unione, quali che siano i destini del progetto redatto dalla Convenzione, è destinata a rimanere sostanzialmente immutata. Il che, dal nostro punto di vista, è un fatto positivo. Le pressioni per assicurare una politica economica comune e quindi centralizzata, non sono mancate, ma il quadro (confermato) risultante dai Trattati di Maastricht e successivamente di Amsterdam è stato ritenuto adeguato (o impossibile da modificare, che alla fine è lo stesso). Perchè di questo, a differenza che di altro, non ci lamentiamo? In una battuta si potrebbe dire che, mai come in questo momento, l'Unione Europea (i suoi cittadini, le sue imprese) hanno bisogno di politiche economiche "buone" piuttosto che di politiche economiche "comuni". Quello che una politica economica gestita da Bruxelles darebbe maggiori garanzie e benefici rispetto ad una più dinamica competizione tra soluzioni differenti è, a nostro avviso, un luogo comune. Così come è un luogo comune ritenere che sarebbe stata l'adozione della moneta unica a richiedere "automaticamente" la completa armonizzazione delle decisioni economiche.
La necessità di assicurare parità di condizioni concorrenziali tra le imprese dei vari paesi e la possibilità di agire senza vincoli territoriali all'interno dell'Unione hanno rappresentato - e rappresentano - la precondizione della liberalizzazione e l'apertura dei mercati, interesse primario dei consumatori.
Le regole che l'Europa si è data con l'euro sulla disciplina di bilancio, che si aggiungono a quelle sul funzionamento del mercato interno, rappresentano, in definitiva, una costituzionalizzazione di quel vincolo all'equilibrio nei conti pubblici che in Italia fu propugnato da Einaudi ma che non fu mai assicurato dalla nostra Costituzione (art. 81). Che oggi siano i paesi che hanno voluto imporre questa clausola (in primis la Germania, pensando soprattutto alle cicale italiane) a soffrirne il rigore, dimostra la validità di questa regola, non certo il suo fallimento. Qualcuno sostiene che gli USA dimostrano maggiore "intelligenza" dando sfogo in questa fase negativa al deficit spending (militare e non solo): posto che vanno dimostrati i benefici di questa politica, va sottolineato come in Europa i paesi che viaggiano da qualche anno su livelli di deficit non così lontani da quello americano (Francia, Germania e Italia) sono quelli con le peggiori performance di crescita. Davvero vale la pena di scommettere su deficit ancora superiori o non sarebbe meglio ricercare altrove le cause della scarsa crescita e i relativi "rimedi"?
La credibilità e solidità dell'euro dipenderà non solo dalla efficace difesa del patto di stabilità ma anche dalla difesa della autonomia della BCE: il progetto di costituzione ribadisce che il suo obiettivo principale devrà restare quello della stabilità dei prezzi e non quello di assecondare non meglio definiti obiettivi di crescita dei governi dell'UE.
Non possiamo inoltre nascondere una certa soddisfazione per il fallimento della richiesta di una generalizzata armonizzazione fiscale, implicito nel permanere del principio di unanimità sulle decisioni riguardanti il livello delle aliquote e le altre principali determinanti della politica fiscale. Non solo perchè sarebbe fin troppo facile immaginare una armonizzazione verso l'alto, ma perchè proprio la concorrenza fiscale rappresenta un grado di libertà potenzialmente assai benefico per il sistema europeo complessivo. La variabile fiscale (i livelli di imposizione) rappresentano solo uno dei fattori competitivi dei paesi e risponde alle preferenze dei cittadini in fatto di dimensione dell'intervento pubblico nell'economia. Se, per rafforzare l'economia, attrarre investimenti e tutelare i cittadini, Danimarca e Svezia scelgono di mantenere budget pubblici elevati puntando sull'efficienza della Pubblica amministrazione mentre l'Irlanda ha puntato sulla diminuzione delle imposte, che male c'è? Quale vantaggio deriverebbe da un livellamento?
Purtroppo, anche la Politica Agricola Comune ha passato indenne le forche caudine della Convenzione, con il suo carico di inefficienza e di distorsioni - prima ancora che di sprechi. Questa si è un'incongruenza: l'Europa che a Lisbona si è data l'altisonante obiettivo di divenire entro il 2010 l'economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza non sa rinunciare ad un imponente apparato protezionistico che assegna all'agricoltura poco meno di metà del budget dell'Unione anzichè, ad esempio, al sostegno della ricerca e dell'innovazione tecnologica (politiche che, probabilmente, beneficerebbero di una iniziativa anche a livello comunitario).
Ancora, una maggiore centralizzazione della politica economica sarebbe indubbiamente avvenuto all'insegna della difesa e promozione del "modello sociale europeo" e di quella "economia sociale di mercato" che mostra la corda nella sua culla, cioè in Germania (e verso cui tanto i Trattati esistenti quanto il progetto di costituzione all'art. 3 sembrerebbero propendere). Insomma, il rischio era di vedere prevalere una trasposizione europea della politica concertativa - per non dire neocorporativa - che gli italiani ben conoscono. Così, invece, ciascuno sarà libero, in un quadro di vincoli comuni, di perseguire modelli di sviluppo più orientati all'economia di mercato senza aggettivi: i risultati ottenuti verranno giudicati dagli elettori.
Una preoccupazione va espressa per l'inclusione integrale nella nuova "Costituzione europea" della "Carta dei Diritti fondamentali" adottata a Nizza ridontante di cosidetti "diritti sociali" che ci auguriamo non diventino fonte di infinite controversie in sede di Corte di Giustizia europea.
In conclusione, aver mantenuto nei campi dell'economia europea le regole attuali ha rappresentato una scelta saggia, evitando il rischio che ad essere codificato, in realtà, fosse il potenziamento di un nuovo interventismo pubblico. Il che, per chi ancora ritiene che oggi in Europa - nonostante le ricorrenti critiche ad un neoliberismo più evocato che reale - vada ribadito che per avere "buone" politiche economiche bisogna avere "meno" politica e più mercato, tutto sommato, non è un cattivo risultato.
Benedetto Della Vedova
Stefano Mazzocchi
l'Unione Europea si è fondata, nei fatti, sulla cooperazione economica, trovando nell'integrazione dei mercati e nell'obiettivo della piena libertà di circolazione di merci, lavoratori e poi di capitali la spinta più forte al progressivo "depotenziamento" delle frontiere nazionali. Per molti anni indicata da certuni in modo spregiativo come "l'Europa dei banchieri", proprio la realtà del mercato unico ha assicurato legami e interdipendenze che hanno costituito l'ossatura vera della Comunità e posto le premesse dell'Unione. I benefici indubbi dell'integrazione dei mercati hanno reso possibili importanti "cessioni" di sovranità, come nel caso della concorrenza e delle politiche commerciali, da parte delle capitali nei confronti di Bruxelles,.
Attraverso la Convenzione, l'Unione Europea sta ora cercando un'incerta integrazione politica su basi democratiche e liberali, che, almeno in un settore centrale e strategico come quello di una comune politica estera e di difesa, resta una chimera. Al di là di un giudizio complessivo sulla Convenzione e sui suoi risultati, però, si deve sottolineare come proprio il campo dell'economia è stato quello sul quale meno si è discusso e meno si è intervenuti.
In definitiva, la "costituzione economica" dell'Unione, quali che siano i destini del progetto redatto dalla Convenzione, è destinata a rimanere sostanzialmente immutata. Il che, dal nostro punto di vista, è un fatto positivo. Le pressioni per assicurare una politica economica comune e quindi centralizzata, non sono mancate, ma il quadro (confermato) risultante dai Trattati di Maastricht e successivamente di Amsterdam è stato ritenuto adeguato (o impossibile da modificare, che alla fine è lo stesso). Perchè di questo, a differenza che di altro, non ci lamentiamo? In una battuta si potrebbe dire che, mai come in questo momento, l'Unione Europea (i suoi cittadini, le sue imprese) hanno bisogno di politiche economiche "buone" piuttosto che di politiche economiche "comuni". Quello che una politica economica gestita da Bruxelles darebbe maggiori garanzie e benefici rispetto ad una più dinamica competizione tra soluzioni differenti è, a nostro avviso, un luogo comune. Così come è un luogo comune ritenere che sarebbe stata l'adozione della moneta unica a richiedere "automaticamente" la completa armonizzazione delle decisioni economiche.
La necessità di assicurare parità di condizioni concorrenziali tra le imprese dei vari paesi e la possibilità di agire senza vincoli territoriali all'interno dell'Unione hanno rappresentato - e rappresentano - la precondizione della liberalizzazione e l'apertura dei mercati, interesse primario dei consumatori.
Le regole che l'Europa si è data con l'euro sulla disciplina di bilancio, che si aggiungono a quelle sul funzionamento del mercato interno, rappresentano, in definitiva, una costituzionalizzazione di quel vincolo all'equilibrio nei conti pubblici che in Italia fu propugnato da Einaudi ma che non fu mai assicurato dalla nostra Costituzione (art. 81). Che oggi siano i paesi che hanno voluto imporre questa clausola (in primis la Germania, pensando soprattutto alle cicale italiane) a soffrirne il rigore, dimostra la validità di questa regola, non certo il suo fallimento. Qualcuno sostiene che gli USA dimostrano maggiore "intelligenza" dando sfogo in questa fase negativa al deficit spending (militare e non solo): posto che vanno dimostrati i benefici di questa politica, va sottolineato come in Europa i paesi che viaggiano da qualche anno su livelli di deficit non così lontani da quello americano (Francia, Germania e Italia) sono quelli con le peggiori performance di crescita. Davvero vale la pena di scommettere su deficit ancora superiori o non sarebbe meglio ricercare altrove le cause della scarsa crescita e i relativi "rimedi"?
La credibilità e solidità dell'euro dipenderà non solo dalla efficace difesa del patto di stabilità ma anche dalla difesa della autonomia della BCE: il progetto di costituzione ribadisce che il suo obiettivo principale devrà restare quello della stabilità dei prezzi e non quello di assecondare non meglio definiti obiettivi di crescita dei governi dell'UE.
Non possiamo inoltre nascondere una certa soddisfazione per il fallimento della richiesta di una generalizzata armonizzazione fiscale, implicito nel permanere del principio di unanimità sulle decisioni riguardanti il livello delle aliquote e le altre principali determinanti della politica fiscale. Non solo perchè sarebbe fin troppo facile immaginare una armonizzazione verso l'alto, ma perchè proprio la concorrenza fiscale rappresenta un grado di libertà potenzialmente assai benefico per il sistema europeo complessivo. La variabile fiscale (i livelli di imposizione) rappresentano solo uno dei fattori competitivi dei paesi e risponde alle preferenze dei cittadini in fatto di dimensione dell'intervento pubblico nell'economia. Se, per rafforzare l'economia, attrarre investimenti e tutelare i cittadini, Danimarca e Svezia scelgono di mantenere budget pubblici elevati puntando sull'efficienza della Pubblica amministrazione mentre l'Irlanda ha puntato sulla diminuzione delle imposte, che male c'è? Quale vantaggio deriverebbe da un livellamento?
Purtroppo, anche la Politica Agricola Comune ha passato indenne le forche caudine della Convenzione, con il suo carico di inefficienza e di distorsioni - prima ancora che di sprechi. Questa si è un'incongruenza: l'Europa che a Lisbona si è data l'altisonante obiettivo di divenire entro il 2010 l'economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza non sa rinunciare ad un imponente apparato protezionistico che assegna all'agricoltura poco meno di metà del budget dell'Unione anzichè, ad esempio, al sostegno della ricerca e dell'innovazione tecnologica (politiche che, probabilmente, beneficerebbero di una iniziativa anche a livello comunitario).
Ancora, una maggiore centralizzazione della politica economica sarebbe indubbiamente avvenuto all'insegna della difesa e promozione del "modello sociale europeo" e di quella "economia sociale di mercato" che mostra la corda nella sua culla, cioè in Germania (e verso cui tanto i Trattati esistenti quanto il progetto di costituzione all'art. 3 sembrerebbero propendere). Insomma, il rischio era di vedere prevalere una trasposizione europea della politica concertativa - per non dire neocorporativa - che gli italiani ben conoscono. Così, invece, ciascuno sarà libero, in un quadro di vincoli comuni, di perseguire modelli di sviluppo più orientati all'economia di mercato senza aggettivi: i risultati ottenuti verranno giudicati dagli elettori.
Una preoccupazione va espressa per l'inclusione integrale nella nuova "Costituzione europea" della "Carta dei Diritti fondamentali" adottata a Nizza ridontante di cosidetti "diritti sociali" che ci auguriamo non diventino fonte di infinite controversie in sede di Corte di Giustizia europea.
In conclusione, aver mantenuto nei campi dell'economia europea le regole attuali ha rappresentato una scelta saggia, evitando il rischio che ad essere codificato, in realtà, fosse il potenziamento di un nuovo interventismo pubblico. Il che, per chi ancora ritiene che oggi in Europa - nonostante le ricorrenti critiche ad un neoliberismo più evocato che reale - vada ribadito che per avere "buone" politiche economiche bisogna avere "meno" politica e più mercato, tutto sommato, non è un cattivo risultato.
Benedetto Della Vedova
Stefano Mazzocchi
25/09/2003
L'Europa litiga sulla trasparenza (Finanza & Mercati pag. 1)
Il Parlamento Europeo si esprime oggi sulla proposta di riforma della direttiva sui servizi di investimento (DSI) presentata lo scorso novembre dalla Commissione. In gioco vi sono le future regole sull'esecuzione organizzata delle transazioni degli investitori da parte delle borse, di altri sistemi di negoziazione e delle imprese di investimento. La nuova direttiva, superando il regime di concentrazione degli scambi nei mercati regolamentati esistente in alcuni paesi (in Italia, ad esempio), mira a stimolare la concorrenza tra le borse tradizionali ed altri sistemi di negoziazione. In particolare il superamento del regime di concentrazione aprirebbe la via all'attività di negoziazione di valori mobiliari attuata dalle banche attraverso l'internalizzazione degli scambi (matching interno degli ordini).
Prospettiva questa che ha, sin dalla fase di gestazione della proposta di direttiva, messo in allarme le borse europee: "Non siamo preoccupati tanto dalla concorrenza quanto dagli effetti che una internalizzazione diffusa degli scambi potrebbe avere sulla liquidità dei mercati e sulla trasparenza e l'efficienza nella formazione dei prezzi" afferma un rappresentante della Federazione delle borse europee. La Commissione, per rispondere a tali preoccupazioni, ha inserito nella sua proposta, all'articolo 25, stringenti obblighi di pre-trade transparency che imporrebbero a chi effettua sistematicamente l'internalizzazione degli scambi in azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato, di pubblicare le quotazioni irrevocabili di acquisto e di vendita. "Sono obblighi che rischiano di soffocare la concorrenza che i canali di negoziazione alternativi possono fare alle borse e che finirebbero per introdurre un obbligo di concentrazione degli scambi anche laddove oggi non esiste, a tutto svantaggio della concorrenza e degli investitori" dichiara la relatrice Theresa Villiers (conservatrice britannica), facendo proprie le istanze della City e delle banche di investimento.
Le quali lo scorso 2 settembre, malgrado una forte mobilitazione delle borse europee, hanno ottenuto una prima vittoria: nel testo votato in commissione economia il controverso articolo 25 è stato edulcorato con l'introduzione del c.d. price improvement ovvero della possibilità, per chi internalizza gli scambi, di applicare un "prezzo uguale o migliore di quello (da loro, ndr) quotato". "E' un meccanismo che svuota di significato gli obblighi di trasparenza; tutti sanno che la City, che è anche una testa di ponte delle investment banks americane, dispone di un forte vantaggio in tema di internalizzazione; altre società come la Deutsche Bank o Abn Amro hanno piani ambiziosi in quel settore" dichiara un eurodeputato francese (proprio Francia e Italia più si sono spese a difesa della pre-trade transparency).
Oggi un emendamento cercherà di cancellare dall'articolo 25 la possibilità di price improvement. L'esito della votazione è molto incerto (in commissione economia la maggioranza a favore del price improvement è stata di un solo voto) ed i gruppi politici si stanno spaccando su frontiere nazionali. Una battaglia parallela riguarderà poi il campo di applicazione dei vincoli relativi sia alla pre-trade transparency sia alla best execution , che le banche di investimento vogliono limitare alla sola clientela non professionale.
Prospettiva questa che ha, sin dalla fase di gestazione della proposta di direttiva, messo in allarme le borse europee: "Non siamo preoccupati tanto dalla concorrenza quanto dagli effetti che una internalizzazione diffusa degli scambi potrebbe avere sulla liquidità dei mercati e sulla trasparenza e l'efficienza nella formazione dei prezzi" afferma un rappresentante della Federazione delle borse europee. La Commissione, per rispondere a tali preoccupazioni, ha inserito nella sua proposta, all'articolo 25, stringenti obblighi di pre-trade transparency che imporrebbero a chi effettua sistematicamente l'internalizzazione degli scambi in azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato, di pubblicare le quotazioni irrevocabili di acquisto e di vendita. "Sono obblighi che rischiano di soffocare la concorrenza che i canali di negoziazione alternativi possono fare alle borse e che finirebbero per introdurre un obbligo di concentrazione degli scambi anche laddove oggi non esiste, a tutto svantaggio della concorrenza e degli investitori" dichiara la relatrice Theresa Villiers (conservatrice britannica), facendo proprie le istanze della City e delle banche di investimento.
Le quali lo scorso 2 settembre, malgrado una forte mobilitazione delle borse europee, hanno ottenuto una prima vittoria: nel testo votato in commissione economia il controverso articolo 25 è stato edulcorato con l'introduzione del c.d. price improvement ovvero della possibilità, per chi internalizza gli scambi, di applicare un "prezzo uguale o migliore di quello (da loro, ndr) quotato". "E' un meccanismo che svuota di significato gli obblighi di trasparenza; tutti sanno che la City, che è anche una testa di ponte delle investment banks americane, dispone di un forte vantaggio in tema di internalizzazione; altre società come la Deutsche Bank o Abn Amro hanno piani ambiziosi in quel settore" dichiara un eurodeputato francese (proprio Francia e Italia più si sono spese a difesa della pre-trade transparency).
Oggi un emendamento cercherà di cancellare dall'articolo 25 la possibilità di price improvement. L'esito della votazione è molto incerto (in commissione economia la maggioranza a favore del price improvement è stata di un solo voto) ed i gruppi politici si stanno spaccando su frontiere nazionali. Una battaglia parallela riguarderà poi il campo di applicazione dei vincoli relativi sia alla pre-trade transparency sia alla best execution , che le banche di investimento vogliono limitare alla sola clientela non professionale.
16/09/2003
UE, slitta la direttiva sul clearing (Finanza & Mercati)
La compensazione e il regolamento dei titoli tra diversi Paesi rimangono «troppo costosi»
Slitta la proposta di direttiva per creare un mercato integrato a livello europeo nelle attività di compensazione e regolamento nelle negoziazioni di titoli. La commissione avrebbe dovuto pubblicare una «road map» con l’obiettivo di risolvere il problema del costo eccessivo dei sistemi di clearing e settlement tra i diversi Paesi membri, costo che si ripercuote direttamente sugli investitori. Mentre prosegue il trend di consolidamento, che ha recentemente interessato le attività di post trading, e avanza il progetto che mira a creare entro la fine di questo anno, attraverso la fusione tra la London Clearing House (LCH) e Clearnet, la più grande azienda europea attiva nel settore della compensazione di titoli, la Commissione europea prende tempo e rinvia il varo del progetto di direttiva su clearing e settlement.
Al suo posto, alla fine di ottobre, la Commissione pubblicherà una comunicazione nella quale, sulla base dei risultati della consultazione avviata dall’esecutivo europeo nel maggio 2002 e dei due rapporti appositamente predisposti, traccerà le iniziative che intende prendere nei prossimi mesi. «I sistemi di compensazione e regolamento costituiscono le fondamenta dei mercati finanziari e fintanto che non saremo riusciti ad integrarli non saremo in grado di costruire un mercato unico europeo per i servizi finanziari», spiega Alberto Giovannini, che ha guidato il gruppo di esperti e operatori incaricato dalla Commissione di individuare gli ostacoli esistenti e di proporre soluzioni tecniche per supe-rarli. La mancata integrazione in questo campo comporta infatti che il costo e il rischio del trading transfrontaliero risultino molto più elevati rispetto al caso di negoziazioni interne a uno stesso sistema nazionale. Dopo il varo, nell’ambito del «Piano d’azione sui servizi finanziari» lanciato dalla Commissione nel 1999, di numerose direttive (le più recenti sono quelle sull’insider dealing e gli abusi di mercato, quella sui prospetti informativi, quella sui fondi pensione, mentre il prossimo passo dovrebbe essere la nuova direttiva sui servizi di investimento) tese a creare il mercato unico nei servizi finanziari, su quella che appare la questione più spinosa, Bruxelles preferisce ancora non mettere sul tavolo le proposte normative. Intanto, sui mercati europei il clima si surriscalda: il London Stock Exchange, preoccupato del peso che la rivale Euronext (che controlla Clearnet) avrà sulla nuova società «LCH.Clearnet», si è schierato contro il progetto di fusione tra LCH e Clearnet e ha minacciato di abbandonare LCH per rivolgersi a un sistema rivale.
Slitta la proposta di direttiva per creare un mercato integrato a livello europeo nelle attività di compensazione e regolamento nelle negoziazioni di titoli. La commissione avrebbe dovuto pubblicare una «road map» con l’obiettivo di risolvere il problema del costo eccessivo dei sistemi di clearing e settlement tra i diversi Paesi membri, costo che si ripercuote direttamente sugli investitori. Mentre prosegue il trend di consolidamento, che ha recentemente interessato le attività di post trading, e avanza il progetto che mira a creare entro la fine di questo anno, attraverso la fusione tra la London Clearing House (LCH) e Clearnet, la più grande azienda europea attiva nel settore della compensazione di titoli, la Commissione europea prende tempo e rinvia il varo del progetto di direttiva su clearing e settlement.
Al suo posto, alla fine di ottobre, la Commissione pubblicherà una comunicazione nella quale, sulla base dei risultati della consultazione avviata dall’esecutivo europeo nel maggio 2002 e dei due rapporti appositamente predisposti, traccerà le iniziative che intende prendere nei prossimi mesi. «I sistemi di compensazione e regolamento costituiscono le fondamenta dei mercati finanziari e fintanto che non saremo riusciti ad integrarli non saremo in grado di costruire un mercato unico europeo per i servizi finanziari», spiega Alberto Giovannini, che ha guidato il gruppo di esperti e operatori incaricato dalla Commissione di individuare gli ostacoli esistenti e di proporre soluzioni tecniche per supe-rarli. La mancata integrazione in questo campo comporta infatti che il costo e il rischio del trading transfrontaliero risultino molto più elevati rispetto al caso di negoziazioni interne a uno stesso sistema nazionale. Dopo il varo, nell’ambito del «Piano d’azione sui servizi finanziari» lanciato dalla Commissione nel 1999, di numerose direttive (le più recenti sono quelle sull’insider dealing e gli abusi di mercato, quella sui prospetti informativi, quella sui fondi pensione, mentre il prossimo passo dovrebbe essere la nuova direttiva sui servizi di investimento) tese a creare il mercato unico nei servizi finanziari, su quella che appare la questione più spinosa, Bruxelles preferisce ancora non mettere sul tavolo le proposte normative. Intanto, sui mercati europei il clima si surriscalda: il London Stock Exchange, preoccupato del peso che la rivale Euronext (che controlla Clearnet) avrà sulla nuova società «LCH.Clearnet», si è schierato contro il progetto di fusione tra LCH e Clearnet e ha minacciato di abbandonare LCH per rivolgersi a un sistema rivale.
09/09/2003
Bruxelles boccia il salvataggio. Alstom all'angolo (Finanza & Mercati)
Monti bacchetta Parigi e congela l’aumento di capitale dell’azienda francese
Fallisce il tentativo del ministro Mer. Entro il mese la procedura d’infrazione
BRUXELLES. Al posto dell’accordo arriva l’annuncio dell’apertura di un’indagine formale entro il mese. Non si è concluso come sperava Parigi l’incontro di ieri tra il commissario alla concorrenza Mario Monti e il ministro dell’Economia francese Francis Mer. L’esecutivo della Ue, dopo aver formalmente messo in discussione gli aiuti concessi dal governo francese a «campioni nazionali» come Edf, France Telecom e Bull, si appresta ad avviare una nuova procedura di infrazione contro il piano di ristrutturazione del gigante dell’industria meccanica Alstom.
Leader mondiale nel settore delle turbine per centrali elettriche (con una quota pari al 25% del mercato mondiale), nel settore del trasporto ferroviario (con il TGV e - dopo l’acquisizione nel 2000 di Fiat Ferroviaria - il Pendolino, detiene il 18% del mercato globale) e in quello della cantieristica per navi da crociera, la Alstom, oppressa da debiti per circa 5 miliardi, ha in questi mesi dovuto fronteggiare una crisi finanziaria sempre più grave. Per scongiurare la probabile bancarotta il governo francese ha messo a punto un piano che prevede una iniezione di risorse per 2,8 miliardi attraverso un aumento di capitale per 600 milioni (di cui 300 sarebbero sottoscritti dal governo, che accrescerebbe la sua partecipazione al 31,5%), l’emissione di obbligazioni con-vertibili per 900 milioni e l’erogazione da parte di un pool di 40 banche di prestiti per 1,3 miliardi. Per far fronte alle scadenze più immediate il governo di Parigi ha già aperto, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, una linea di credito a breve termine per 600 milioni. Lo scorso venerdí, dalle colonne di Le Figaro, il commissario per la concorrenza aveva lanciato un primo altolà al governo Raffarin affermando che «le regole sono chiare: uno Stato membro non può erogare aiuti senza che la Commissione ne sia stata preventivamente informata e prima che li abbia approvati» ed aggiungendo che «la Commissione potrebbe ingiungere alla Francia di sospendere quelle misure di aiuto che non sono ancora state eseguite».
«Voglio discutere questo piano con il commissario Monti in modo che tutti possano essere ragionevolmente soddisfatti», ha dichiarato Francis Mer. Ma le cose sono andate diversamente. «Non è stata trovata una soluzione», ha tagliato corto Leuder Tilman, portavoce di Monti, al termine dell’incontro. Non solo. Bruxelles ha anche chiesto al governo francese di non partecipare all’aumento di capitale di Alstom (previsto per il 24 settembre) prima dell’autorizzazione della Commissione. «L’operazione non deve essere attuata - ha precisato Tilman - senza aver ottenuto il via libera della Ue». I tempi sono strettissimi. L’obiettivo è «trovare un accordo prima della fine della settimana».
Monti, ha spiegato il portavoce, «ha presentato proposte concrete adatte a riconciliare i due interessi, della commissione e del governo francese». La procedura contro la Francia, comunque, sarà avviata in ogni caso. Forse già il 17 settembre, in occasione della prossima riunione della Commissione. Non è la prima volta che Parigi pratica la politica del fatto compiuto. Lo scorso autunno ci fu l’apertura di una linea di credito per 9 miliardi a favore della indebitatissima France Telecom. Recentemente c’è stato il prestito a breve termine di 450 milioni erogato dal governo a favore del Gruppo Bull, per il quale Parigi ha già detto che il rimborso non avrà luogo. Sugli aiuti a France Telecom Bruxelles ha avviato una procedura di infrazione. Contro il mancato rimborso del prestito a Bull, Monti ha preannunciato il ricorso alla Corte di Giustizia. Ora c’è il caso Alstom. Per una azione decisa della Commissione preme anche Berlino, preoccupata per le ripercussioni del piano di ristrutturazione sulla industria nazionale ed in particolare sul gruppo Siemens, che di Alstom è il principale concorrente sia nel settore dell’energia che in quello del trasporto ferroviario. Anche l’Italia potrebbe vedere con favore un intervento della Commissione. Sia perché Alstom è concorrente diretta di Ansaldo (nel settore ferroviario) e di Fincantieri (nella cantieristica navale), sia perché la cessione nel 2000 di Fiat Ferroviaria (proprio ad Alstom) fu anche frutto della decisione di Roma di non porre in essere quegli interventi assistenziali oggi proposti da Parigi.
Stefano Mazzocchi
Fallisce il tentativo del ministro Mer. Entro il mese la procedura d’infrazione
BRUXELLES. Al posto dell’accordo arriva l’annuncio dell’apertura di un’indagine formale entro il mese. Non si è concluso come sperava Parigi l’incontro di ieri tra il commissario alla concorrenza Mario Monti e il ministro dell’Economia francese Francis Mer. L’esecutivo della Ue, dopo aver formalmente messo in discussione gli aiuti concessi dal governo francese a «campioni nazionali» come Edf, France Telecom e Bull, si appresta ad avviare una nuova procedura di infrazione contro il piano di ristrutturazione del gigante dell’industria meccanica Alstom.
Leader mondiale nel settore delle turbine per centrali elettriche (con una quota pari al 25% del mercato mondiale), nel settore del trasporto ferroviario (con il TGV e - dopo l’acquisizione nel 2000 di Fiat Ferroviaria - il Pendolino, detiene il 18% del mercato globale) e in quello della cantieristica per navi da crociera, la Alstom, oppressa da debiti per circa 5 miliardi, ha in questi mesi dovuto fronteggiare una crisi finanziaria sempre più grave. Per scongiurare la probabile bancarotta il governo francese ha messo a punto un piano che prevede una iniezione di risorse per 2,8 miliardi attraverso un aumento di capitale per 600 milioni (di cui 300 sarebbero sottoscritti dal governo, che accrescerebbe la sua partecipazione al 31,5%), l’emissione di obbligazioni con-vertibili per 900 milioni e l’erogazione da parte di un pool di 40 banche di prestiti per 1,3 miliardi. Per far fronte alle scadenze più immediate il governo di Parigi ha già aperto, attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, una linea di credito a breve termine per 600 milioni. Lo scorso venerdí, dalle colonne di Le Figaro, il commissario per la concorrenza aveva lanciato un primo altolà al governo Raffarin affermando che «le regole sono chiare: uno Stato membro non può erogare aiuti senza che la Commissione ne sia stata preventivamente informata e prima che li abbia approvati» ed aggiungendo che «la Commissione potrebbe ingiungere alla Francia di sospendere quelle misure di aiuto che non sono ancora state eseguite».
«Voglio discutere questo piano con il commissario Monti in modo che tutti possano essere ragionevolmente soddisfatti», ha dichiarato Francis Mer. Ma le cose sono andate diversamente. «Non è stata trovata una soluzione», ha tagliato corto Leuder Tilman, portavoce di Monti, al termine dell’incontro. Non solo. Bruxelles ha anche chiesto al governo francese di non partecipare all’aumento di capitale di Alstom (previsto per il 24 settembre) prima dell’autorizzazione della Commissione. «L’operazione non deve essere attuata - ha precisato Tilman - senza aver ottenuto il via libera della Ue». I tempi sono strettissimi. L’obiettivo è «trovare un accordo prima della fine della settimana».
Monti, ha spiegato il portavoce, «ha presentato proposte concrete adatte a riconciliare i due interessi, della commissione e del governo francese». La procedura contro la Francia, comunque, sarà avviata in ogni caso. Forse già il 17 settembre, in occasione della prossima riunione della Commissione. Non è la prima volta che Parigi pratica la politica del fatto compiuto. Lo scorso autunno ci fu l’apertura di una linea di credito per 9 miliardi a favore della indebitatissima France Telecom. Recentemente c’è stato il prestito a breve termine di 450 milioni erogato dal governo a favore del Gruppo Bull, per il quale Parigi ha già detto che il rimborso non avrà luogo. Sugli aiuti a France Telecom Bruxelles ha avviato una procedura di infrazione. Contro il mancato rimborso del prestito a Bull, Monti ha preannunciato il ricorso alla Corte di Giustizia. Ora c’è il caso Alstom. Per una azione decisa della Commissione preme anche Berlino, preoccupata per le ripercussioni del piano di ristrutturazione sulla industria nazionale ed in particolare sul gruppo Siemens, che di Alstom è il principale concorrente sia nel settore dell’energia che in quello del trasporto ferroviario. Anche l’Italia potrebbe vedere con favore un intervento della Commissione. Sia perché Alstom è concorrente diretta di Ansaldo (nel settore ferroviario) e di Fincantieri (nella cantieristica navale), sia perché la cessione nel 2000 di Fiat Ferroviaria (proprio ad Alstom) fu anche frutto della decisione di Roma di non porre in essere quegli interventi assistenziali oggi proposti da Parigi.
Stefano Mazzocchi
02/09/2003
Compromesso europeo sulla finanza integrata (Finanza & Mercati)
Il cammino della nuova direttiva europea sui servizi di investimento (DSI) è ormai giunto alla fase decisiva ed il Parlamento Europeo si appresta a votare - oggi in commissione economica e monetaria e il 24 settembre in plenaria - i propri emendamenti al testo proposto lo scorso novembre dalla Commissione. L'obiettivo della DSI è di creare un mercato integrato nella negoziazione dei valori mobiliari ed un efficace "passaporto unico" attraverso cui le imprese di investimento possano operare in tutta la UE. Agli stati membri non sarà più concesso di adottare, come nel caso italiano, un regime di concentrazione degli scambi nei mercati regolamentati, che dovranno dunque aprirsi alla concorrenza da parte dei sistemi multilaterali di negoziazione e da parte di quelle imprese di investimento (in particolare banche) che attueranno l'internalizzazione degli scambi.
La relatrice, la conservatrice britannica Theresa Villiers, dopo una iniziale posizione favorevole ad una incondizionata liberalizzazione dei canali di negoziazione che aveva scatenato le critiche delle principali borse europee e provocato una valanga di emendamenti (oltre 400), ha molto ammorbidito la sua impostazione e proporrà martedí prossimo a Strasburgo un testo di compromesso che sembra poter avere buone probabilità di essere accettato dai deputati europei.
Resta tuttavia incerto l'esito sulla questione centrale della pre-trade transparency: l'art. 25 della proposta della Commissione intende introdurre onerosi obblighi di trasparenza pre-trade a carico delle banche che effettuino operazioni di internalizzazione degli scambi, imponendo loro di preannunciare i prezzi di acquisto e di vendita cui si impegnano ad effettuare le transazioni su azioni, se queste sono negoziate anche in un mercato regolamentato. Un obbligo che, se da un lato aumenta la trasparenza dei prezzi che si formano sul mercato, dall'altro, esponendo chi internalizza gli scambi ad un rischio di posizione, potrebbe vanificare il superamento della concentration rule. Il compromesso proposto dalla Villiers (che inizialmente aveva proposto la soppressione dell'intero art. 25) accetta la pre-trade transparency, ma prevede anche che le imprese internalizzatrici possano effettuare le transazioni ad un prezzo che "uguale o migliore" di quello preannunciato. Le borse europee sono fortemente contrarie e stanno premendo sui deputati europei per ottenere la cancellazione di questa norma. "Questo meccanismo di price improvement", spiega un rappresentante della Borsa Italiana, "svuota di significato la pre-trade transparency consentendo di fissare spreads volutamente ampi, al fine di avere più ampi margini di manovra nel fissare, caso per caso, il prezzo effettivamente praticato".
La relatrice sembra tuttavia fiduciosa sul sostegno compatto dei liberali e della maggior parte dei popolari (su questo divisi lungo frontiere nazionali), anche se sul fronte del Consiglio, dove l'esame della proposta è in fase avanzata, la presidenza italiana - che punta a raggiungere un accordo entro ottobre - ha proposto un testo di compromesso che elimina la possibilità di price improvement. Si profila dunque per la presidenza italiana una delicata e difficile trattativa con l'assemblea di Strasburgo.
La relatrice, la conservatrice britannica Theresa Villiers, dopo una iniziale posizione favorevole ad una incondizionata liberalizzazione dei canali di negoziazione che aveva scatenato le critiche delle principali borse europee e provocato una valanga di emendamenti (oltre 400), ha molto ammorbidito la sua impostazione e proporrà martedí prossimo a Strasburgo un testo di compromesso che sembra poter avere buone probabilità di essere accettato dai deputati europei.
Resta tuttavia incerto l'esito sulla questione centrale della pre-trade transparency: l'art. 25 della proposta della Commissione intende introdurre onerosi obblighi di trasparenza pre-trade a carico delle banche che effettuino operazioni di internalizzazione degli scambi, imponendo loro di preannunciare i prezzi di acquisto e di vendita cui si impegnano ad effettuare le transazioni su azioni, se queste sono negoziate anche in un mercato regolamentato. Un obbligo che, se da un lato aumenta la trasparenza dei prezzi che si formano sul mercato, dall'altro, esponendo chi internalizza gli scambi ad un rischio di posizione, potrebbe vanificare il superamento della concentration rule. Il compromesso proposto dalla Villiers (che inizialmente aveva proposto la soppressione dell'intero art. 25) accetta la pre-trade transparency, ma prevede anche che le imprese internalizzatrici possano effettuare le transazioni ad un prezzo che "uguale o migliore" di quello preannunciato. Le borse europee sono fortemente contrarie e stanno premendo sui deputati europei per ottenere la cancellazione di questa norma. "Questo meccanismo di price improvement", spiega un rappresentante della Borsa Italiana, "svuota di significato la pre-trade transparency consentendo di fissare spreads volutamente ampi, al fine di avere più ampi margini di manovra nel fissare, caso per caso, il prezzo effettivamente praticato".
La relatrice sembra tuttavia fiduciosa sul sostegno compatto dei liberali e della maggior parte dei popolari (su questo divisi lungo frontiere nazionali), anche se sul fronte del Consiglio, dove l'esame della proposta è in fase avanzata, la presidenza italiana - che punta a raggiungere un accordo entro ottobre - ha proposto un testo di compromesso che elimina la possibilità di price improvement. Si profila dunque per la presidenza italiana una delicata e difficile trattativa con l'assemblea di Strasburgo.
27/08/2003
L'asse nascente tra Tokio e la nuova Europa (Finanza & Mercati)
La tournée europea che il Primo Ministro giapponese Junichiro Koizumi ha effettuato la scorsa settimana è rivelatrice dell'interesse con cui il Giappone guarda ai paesi della "nuova Europa", ormai prossimi al traguardo dell'ingresso nell'Unione Europea: dopo una prima tappa a Berlino, le due successive hanno infatti portato il premier giapponese a Varsavia e a Praga.
Gli investimenti giapponesi, che da sempre hanno nell'UE (ed in particolare nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e nella Francia) una delle destinazioni privilegiate, hanno da tempo cominciato ad indirizzarsi in modo crescente verso i paesi dell'est europeo che, caratterizzati dalla presenza di mano d'opera qualificata a buon mercato e da ottime prospettive di crescita, rappresenteranno con l'allargamento un prezioso accesso sul mercato europeo.
I due paesi visitati da Koizumi, Polonia e Repubblica Ceca, hanno visto crescere tra il 2001 e il 2002 gli investimenti diretti giapponesi rispettivamente del 15, 9% e del 58,4% (mentre nello stesso periodo in Germania diminuivano dell'11,9%). Le 110 imprese giapponesi attualmente operanti nella Repubblica Ceca hanno fino ad oggi investito, in particolare nel settore automobilistico e in quello dell'elettronica, oltre 2 miliardi di dollari, cifra che non tiene conto dell'investimento da 1,5 miliardi di dollari progettato da Toyota Motors insieme al gruppo francese PSA Peugeot Citröen, diretto a realizzare presso Kolin, vicino Praga, una fabbrica di ultima generazione in grado di costruire, a partire dal 2005, circa 300.000 automobili all'anno. Già oggi il paese del Sol Levante rappresenta il terzo investitore estero nella Repubblica Ceca, ma il trend mostra che il suo ruolo è destinato a crescere ulteriormente.
L'interesse nipponico per la Polonia è più recente. Sul piano politico, l'attenzione di Tokio verso Varsavia è sollecitata dal peso che la Polonia è destinata ad avere nell'UE allargata. "Questa visita è un segno di attenzione verso un paese che, dopo l'allargamento, sarà insieme alla Spagna, la quinta 'potenza istituzionale' europea" ha dichiarato il ministro degli esteri giapponese Jiro Okuyama. Non a caso Koizumi nel corso dell'incontro con il Primo Ministro Leszek Miller ha ipotizzato l'invio di truppe giapponesi nella zona sotto controllo polacco. Ma le discussioni hanno riguardato in primo luogo la via da percorrere per rafforzare il legame economico tra le due economie. Attualmente il Giappone, con circa 600 milioni di dollari, è solo il diciottesimo investitore estero in Polonia, e l'interscambio commerciale tra i due paesi, attestandosi nel 2002 ad 1,1 miliardi di dollari (con un passivo per Varsavia di 900 miliardi di dollari), è ancora debole. Ma sono cifre queste che nel 2001 e nel 2002 (anno in cui gli investimenti nipponici hanno registrato una impennata di circa 352 milioni di dollari) hanno evidenziato una forte tendenza verso l'alto.
Ed una spinta sull'acceleratore potrà darla proprio l'allargamento: una volta entrati nella UE i paesi dell'Est europeo potranno beneficiare degli accordi bilaterali conclusi tra Bruxelles e Tokyo che hanno consentito il forte sviluppo delle relazioni economiche tra Giappone ed Unione Europea.
Gli investimenti giapponesi, che da sempre hanno nell'UE (ed in particolare nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e nella Francia) una delle destinazioni privilegiate, hanno da tempo cominciato ad indirizzarsi in modo crescente verso i paesi dell'est europeo che, caratterizzati dalla presenza di mano d'opera qualificata a buon mercato e da ottime prospettive di crescita, rappresenteranno con l'allargamento un prezioso accesso sul mercato europeo.
I due paesi visitati da Koizumi, Polonia e Repubblica Ceca, hanno visto crescere tra il 2001 e il 2002 gli investimenti diretti giapponesi rispettivamente del 15, 9% e del 58,4% (mentre nello stesso periodo in Germania diminuivano dell'11,9%). Le 110 imprese giapponesi attualmente operanti nella Repubblica Ceca hanno fino ad oggi investito, in particolare nel settore automobilistico e in quello dell'elettronica, oltre 2 miliardi di dollari, cifra che non tiene conto dell'investimento da 1,5 miliardi di dollari progettato da Toyota Motors insieme al gruppo francese PSA Peugeot Citröen, diretto a realizzare presso Kolin, vicino Praga, una fabbrica di ultima generazione in grado di costruire, a partire dal 2005, circa 300.000 automobili all'anno. Già oggi il paese del Sol Levante rappresenta il terzo investitore estero nella Repubblica Ceca, ma il trend mostra che il suo ruolo è destinato a crescere ulteriormente.
L'interesse nipponico per la Polonia è più recente. Sul piano politico, l'attenzione di Tokio verso Varsavia è sollecitata dal peso che la Polonia è destinata ad avere nell'UE allargata. "Questa visita è un segno di attenzione verso un paese che, dopo l'allargamento, sarà insieme alla Spagna, la quinta 'potenza istituzionale' europea" ha dichiarato il ministro degli esteri giapponese Jiro Okuyama. Non a caso Koizumi nel corso dell'incontro con il Primo Ministro Leszek Miller ha ipotizzato l'invio di truppe giapponesi nella zona sotto controllo polacco. Ma le discussioni hanno riguardato in primo luogo la via da percorrere per rafforzare il legame economico tra le due economie. Attualmente il Giappone, con circa 600 milioni di dollari, è solo il diciottesimo investitore estero in Polonia, e l'interscambio commerciale tra i due paesi, attestandosi nel 2002 ad 1,1 miliardi di dollari (con un passivo per Varsavia di 900 miliardi di dollari), è ancora debole. Ma sono cifre queste che nel 2001 e nel 2002 (anno in cui gli investimenti nipponici hanno registrato una impennata di circa 352 milioni di dollari) hanno evidenziato una forte tendenza verso l'alto.
Ed una spinta sull'acceleratore potrà darla proprio l'allargamento: una volta entrati nella UE i paesi dell'Est europeo potranno beneficiare degli accordi bilaterali conclusi tra Bruxelles e Tokyo che hanno consentito il forte sviluppo delle relazioni economiche tra Giappone ed Unione Europea.
26/08/2003
Anche sulla difesa Londra muove sull'asse Parigi-Berlino (Finanza & Mercati)
Interrogato sul destino della Howaldtswerke Deutsche Werft (HDW), industria di punta della cantieristica navale militare tedesca, il ministro della difesa Peter Struck, le cui dichiarazioni sono state pubblicate ieri dal quotidiano francese La Tribune, ha affermato che "quella di una 'EADS marittima' è una buona formula", proponendo dunque di percorrere per il settore navale la medesima via che quattro anni fa si è scelta per il settore aerospaziale, attraverso la costituzione della European Aeronautic Defence and Space Company (EADS), con capitali in mano, per l'80%, ad un consorzio franco-tedesco.
HDW è leader mondiale nella costruzione di sottomarini convenzionali, ed in particolare nel campo della propulsione silenziosa attraverso pile a combustibile. Il suo capitale è, dal giugno 2002, interamente nelle mani del fondo americano One Equity Partners (OEP). A causa dei vincoli che il governo tedesco impone alle esportazioni militari, OEP ha deciso di cedere HDW. In lizza per l'acquisizione, la tedesca ThyssenKrupp, e le francesi Thales e DCN (questa controllata dal governo di Parigi). Che dovranno pero' affrontare la concorrenza di un forte pretendente: il gruppo cantieristico americano Northrop Grumman.
Secondo Struck "occorre preservare l'esistenza in Europa di un forte settore della cantieristica navale militare". Berlino intende evitare dunque che il know-how tecnologico di HDW giunga oltre Atlantico. All'inizio di agosto il Cancelliere Gerhardt Schroeder aveva caldeggiato una "soluzione tedesca", ma la difficile situazione finanziaria del gruppo Thyssen rende questa via impraticabile. Una cooperazione franco-tedesca sembra la sola alternativa.
Dunque, se il "vertice dei quattro" sulla difesa europea convocato a Bruxelles lo scorso aprile dal governo belga si è risolto in un nulla di fatto, sul piano industriale invece l'asse Parigi-Berlino mostra di essere determinato a rafforzare la cooperazione, in vista della creazione di un mercato unico degli armamenti che possa assicurare un maggior peso ed una maggiore autonomia all'industria europea.
Londra, da sempre ostile a qualunque progetto mirante a costruire una difesa europea autonoma dall'alleanza Atlantica, prepara intanto le proprie contromosse. Il Times di ieri riferisce di un progetto del governo britannico diretto a creare una "cellula di pianificazione militare europea" che operi pero' all'interno delle strutture NATO: ovvero possibilità di gestire operazioni anche senza, ma mai contro, Washington (riproducendo in sostanza il modello applicato per la missione di peace keeping UE in Macedonia). La proposta mira da un lato a mettere fuori gioco le ambizioni di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo, dall'altro a preparare il terreno per lo scontro che il Regno Unito intende avviare nella conferenza intergovernativa che, a partire da ottobre, dovrà varare il progetto di Costituzione europea: obiettivo di Londra sarà quello di ottenere la cancellazione di quelle norme approvate dalla Convenzione che danno la possibilità ad un gruppo di stati membri di procedere, attraverso lo strumento della cooperazione rafforzata, sulla via di una maggiore integrazione delle strutture di difesa. E su questo, tanto quanto sul diritto di veto in materia fiscale, Londra non sembra intenzionata a trattare.
HDW è leader mondiale nella costruzione di sottomarini convenzionali, ed in particolare nel campo della propulsione silenziosa attraverso pile a combustibile. Il suo capitale è, dal giugno 2002, interamente nelle mani del fondo americano One Equity Partners (OEP). A causa dei vincoli che il governo tedesco impone alle esportazioni militari, OEP ha deciso di cedere HDW. In lizza per l'acquisizione, la tedesca ThyssenKrupp, e le francesi Thales e DCN (questa controllata dal governo di Parigi). Che dovranno pero' affrontare la concorrenza di un forte pretendente: il gruppo cantieristico americano Northrop Grumman.
Secondo Struck "occorre preservare l'esistenza in Europa di un forte settore della cantieristica navale militare". Berlino intende evitare dunque che il know-how tecnologico di HDW giunga oltre Atlantico. All'inizio di agosto il Cancelliere Gerhardt Schroeder aveva caldeggiato una "soluzione tedesca", ma la difficile situazione finanziaria del gruppo Thyssen rende questa via impraticabile. Una cooperazione franco-tedesca sembra la sola alternativa.
Dunque, se il "vertice dei quattro" sulla difesa europea convocato a Bruxelles lo scorso aprile dal governo belga si è risolto in un nulla di fatto, sul piano industriale invece l'asse Parigi-Berlino mostra di essere determinato a rafforzare la cooperazione, in vista della creazione di un mercato unico degli armamenti che possa assicurare un maggior peso ed una maggiore autonomia all'industria europea.
Londra, da sempre ostile a qualunque progetto mirante a costruire una difesa europea autonoma dall'alleanza Atlantica, prepara intanto le proprie contromosse. Il Times di ieri riferisce di un progetto del governo britannico diretto a creare una "cellula di pianificazione militare europea" che operi pero' all'interno delle strutture NATO: ovvero possibilità di gestire operazioni anche senza, ma mai contro, Washington (riproducendo in sostanza il modello applicato per la missione di peace keeping UE in Macedonia). La proposta mira da un lato a mettere fuori gioco le ambizioni di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo, dall'altro a preparare il terreno per lo scontro che il Regno Unito intende avviare nella conferenza intergovernativa che, a partire da ottobre, dovrà varare il progetto di Costituzione europea: obiettivo di Londra sarà quello di ottenere la cancellazione di quelle norme approvate dalla Convenzione che danno la possibilità ad un gruppo di stati membri di procedere, attraverso lo strumento della cooperazione rafforzata, sulla via di una maggiore integrazione delle strutture di difesa. E su questo, tanto quanto sul diritto di veto in materia fiscale, Londra non sembra intenzionata a trattare.
21/08/2003
La UE vero obiettivo di Gheddafi (Finanza & Mercati pag. 1)
La conversazione telefonica avvenuta ieri tra il Presidente della Commissione Europea Romano Prodi e il Colonnello Muhammar Gheddafi - che precede di poche ore il voto del consiglio di sicurezza dell’ONU che entro venerdì prossimo potrebbe decidere l’eliminazione delle sanzioni decretate nel 1992 in seguito al coinvolgimento di Tripoli nella strage di Lockerbie - rivela che il dittatore libico attribuisce alla normalizzazione dei rapporti tra Libia e UE una importanza strategica probabilmente superiore a quella di una sua “riabilitazione” sulla scena politica internazionale e nei confronti degli USA in particolare.
Del resto UE e Libia hanno da sempre avuto intense relazioni commerciali. In particolare, da Italia, Germania, Regno Unito e Francia proviene oltre il 50% delle importazioni libiche. Italia, Germania, Spagna, Francia e Grecia assorbono da sole circa il 70% delle esportazioni dalla Libia. Gli 1,4 milioni di barili di petrolio prodotti giornalmente dalla Libia coprono il 51% del fabbisogno petrolifero italiano, il 13% di quello tedesco e il 5% di quello francese.
Dati questi che spiegano l’attenzione costante e la ricambiata ansia di normalizzazione dell’UE. Le sanzioni decise da Bruxelles nel 1992 in seguito alla risoluzione dell’ONU hanno però impedito l’inclusione di Tripoli nel partenariato euro-mediterraneo avviato nel 1995 con la Conferenza di Barcellona (dalla quale i libici furono lasciati fuori) e diretto stabilire una più intensa cooperazione politica ed economica tra i paesi coinvolti e a creare entro il 2010 un’area di libero scambio euro-mediterranea che, includendo circa 40 stati e tra i 700 e gli 800 milioni di consumatori, diverrebbe una delle maggiori entità commerciali al mondo. Dopo la consegna, nel 1999, degli imputati dell’attentato di Lockerbie, ed in seguito alla sospensione delle sanzioni, alla Libia è stato consentito di partecipare, in qualità di invitato della Presidenza, alla terza conferenza euro-mediterranea che si è tenuta a Stoccarda nell’aprile 1999 e di assumere lo status di osservatore all’interno del processo di Barcellona. Ma solo la completa rimozione delle (già sospese) sanzioni ONU può spianare la strada alla piena integrazione della Libia nel partenariato.
Dopo l’accordo raggiunto nei giorni scorsi tra Tripoli, Washington e Londra, che prevede il riconoscimento della responsabilità della Libia nella strage di Lockerbie e un indennizzo di 2,7 miliardi di dollari ai familiari delle 270 vittime, la via sembra spianata. Unico ostacolo, l’opposizione di Parigi, che minaccia il veto se ai familiari delle 170 vittime dell’attentato che nel 1989 distrusse il volo della francese UTA, la Libia – che ne è ritenuta responsabile e che aveva già concordato con la Francia un indennizzo sensibilmente inferiore a quello recentemente promesso a UK e USA – non riconoscerà un supplemento di indennizzo tale da metterli sullo stesso livello dei familiari delle vittime dell’attentato avvenuto in Scozia. Ma la Francia è totalmente isolata e paga oggi l’aver sempre sostenuto, in contrasto ieri con gli USA e oggi con se stessa, la necessità di togliere le sanzioni alla Libia. E sembra, una volta di più, essersi cacciata in un vicolo cieco.
Del resto UE e Libia hanno da sempre avuto intense relazioni commerciali. In particolare, da Italia, Germania, Regno Unito e Francia proviene oltre il 50% delle importazioni libiche. Italia, Germania, Spagna, Francia e Grecia assorbono da sole circa il 70% delle esportazioni dalla Libia. Gli 1,4 milioni di barili di petrolio prodotti giornalmente dalla Libia coprono il 51% del fabbisogno petrolifero italiano, il 13% di quello tedesco e il 5% di quello francese.
Dati questi che spiegano l’attenzione costante e la ricambiata ansia di normalizzazione dell’UE. Le sanzioni decise da Bruxelles nel 1992 in seguito alla risoluzione dell’ONU hanno però impedito l’inclusione di Tripoli nel partenariato euro-mediterraneo avviato nel 1995 con la Conferenza di Barcellona (dalla quale i libici furono lasciati fuori) e diretto stabilire una più intensa cooperazione politica ed economica tra i paesi coinvolti e a creare entro il 2010 un’area di libero scambio euro-mediterranea che, includendo circa 40 stati e tra i 700 e gli 800 milioni di consumatori, diverrebbe una delle maggiori entità commerciali al mondo. Dopo la consegna, nel 1999, degli imputati dell’attentato di Lockerbie, ed in seguito alla sospensione delle sanzioni, alla Libia è stato consentito di partecipare, in qualità di invitato della Presidenza, alla terza conferenza euro-mediterranea che si è tenuta a Stoccarda nell’aprile 1999 e di assumere lo status di osservatore all’interno del processo di Barcellona. Ma solo la completa rimozione delle (già sospese) sanzioni ONU può spianare la strada alla piena integrazione della Libia nel partenariato.
Dopo l’accordo raggiunto nei giorni scorsi tra Tripoli, Washington e Londra, che prevede il riconoscimento della responsabilità della Libia nella strage di Lockerbie e un indennizzo di 2,7 miliardi di dollari ai familiari delle 270 vittime, la via sembra spianata. Unico ostacolo, l’opposizione di Parigi, che minaccia il veto se ai familiari delle 170 vittime dell’attentato che nel 1989 distrusse il volo della francese UTA, la Libia – che ne è ritenuta responsabile e che aveva già concordato con la Francia un indennizzo sensibilmente inferiore a quello recentemente promesso a UK e USA – non riconoscerà un supplemento di indennizzo tale da metterli sullo stesso livello dei familiari delle vittime dell’attentato avvenuto in Scozia. Ma la Francia è totalmente isolata e paga oggi l’aver sempre sostenuto, in contrasto ieri con gli USA e oggi con se stessa, la necessità di togliere le sanzioni alla Libia. E sembra, una volta di più, essersi cacciata in un vicolo cieco.
02/08/2003
Per la corporate governance UE si guarda al modello britannico (Finanza & Mercati)
Se al collasso finanziario di Enron gli USA hanno risposto dotandosi della severa legge Sarbanes-Oxley, il Regno Unito (non essendo immune, come la vicenda Marconi ha suggerito, da fenomeni di corporate malpractice) non è rimasto a guardare: lo scorso 23 luglio il Financial Reporting Council ha pubblicato il “Combined Code on Corporate Governance”.
L’approccio britannico è tuttavia sostanzialmente diverso da quello americano, e più “antico”. Il Regno Unito, anche in seguito ai gravi scandali e crack finanziari che all’inizio degli anni ’90 hanno colpito aziende come Maxwell, BCCI, Polly Peck, Barlow Clows, è il paese che per primo ha avviato una riflessione sul tema della corporate governance, sfociata nel 1992 nella redazione del “Code of best practice” da parte di un comitato di cui facevano parte rappresentanti della City e del settore pubblico e presieduto da Adrian Cadbury. Il recente Combined Code non è che la revisione (la terza, e più incisiva, in dieci anni), realizzata da un comitato presieduto da Derek Higgs, delle regole predisposte dal comitato Cadbury. Le nuove regole proposte dal comitato Higgs mirano a rafforzare il ruolo dei non-executive directors all’interno del board. La via scelta, ed oggi confermata, da Londra non è stata il “pugno di ferro” legislativo, ma l’autoregolamentazione da parte dei soggetti in causa (riuniti nel Financial Reporting Council, ente privato); e sin dal 1993 l’autorevolezza di tali regole auto imposte è assicurata dall’inclusione tra le listing rules dell’obbligo per gli amministratori di dichiarare se vi si sono conformati e, in caso contrario, per quale ragione. Norme dunque basate sul “comply or explain”.
A livello UE il Commissario Frits Bolkestein ha mostrato, sin dal caso Enron, di non essere tra coloro che giudicano l’Europa più sicura degli USA (e le cronache degli ultimi mesi sembrano dargli ragione) ed ha presentato lo scorso 23 maggio un piano di azione diretto a rafforzare le regole di corporate governance europee, nel quale sono previste sia misure legislative (introduzione per le società quotate di una dichiarazione annuale sulla corporate governance e di norme tese ad agevolare l’esercizio dei diritti degli azionisti) che raccomandazioni non vincolanti (dirette a rafforzare il ruolo dei non-executive directors e ad istituire un European Corporate Governance Forum al fine di selezionare le esperienze migliori dei vari paesi). Bruxelles, vincolata dalle ampie differenze normative esistenti tra i paesi membri, sembra cercare una “terza via” tra legislazione e regolamentazione. La fin qui positiva esperienza britannica potrebbe tuttavia - attraverso un maggior ricorso alla autoregolamentazione, in grado di sovrapporsi in modo più flessibile alle diverse esperienze nazionali - rappresentare un utile modello per l’UE.
L’approccio britannico è tuttavia sostanzialmente diverso da quello americano, e più “antico”. Il Regno Unito, anche in seguito ai gravi scandali e crack finanziari che all’inizio degli anni ’90 hanno colpito aziende come Maxwell, BCCI, Polly Peck, Barlow Clows, è il paese che per primo ha avviato una riflessione sul tema della corporate governance, sfociata nel 1992 nella redazione del “Code of best practice” da parte di un comitato di cui facevano parte rappresentanti della City e del settore pubblico e presieduto da Adrian Cadbury. Il recente Combined Code non è che la revisione (la terza, e più incisiva, in dieci anni), realizzata da un comitato presieduto da Derek Higgs, delle regole predisposte dal comitato Cadbury. Le nuove regole proposte dal comitato Higgs mirano a rafforzare il ruolo dei non-executive directors all’interno del board. La via scelta, ed oggi confermata, da Londra non è stata il “pugno di ferro” legislativo, ma l’autoregolamentazione da parte dei soggetti in causa (riuniti nel Financial Reporting Council, ente privato); e sin dal 1993 l’autorevolezza di tali regole auto imposte è assicurata dall’inclusione tra le listing rules dell’obbligo per gli amministratori di dichiarare se vi si sono conformati e, in caso contrario, per quale ragione. Norme dunque basate sul “comply or explain”.
A livello UE il Commissario Frits Bolkestein ha mostrato, sin dal caso Enron, di non essere tra coloro che giudicano l’Europa più sicura degli USA (e le cronache degli ultimi mesi sembrano dargli ragione) ed ha presentato lo scorso 23 maggio un piano di azione diretto a rafforzare le regole di corporate governance europee, nel quale sono previste sia misure legislative (introduzione per le società quotate di una dichiarazione annuale sulla corporate governance e di norme tese ad agevolare l’esercizio dei diritti degli azionisti) che raccomandazioni non vincolanti (dirette a rafforzare il ruolo dei non-executive directors e ad istituire un European Corporate Governance Forum al fine di selezionare le esperienze migliori dei vari paesi). Bruxelles, vincolata dalle ampie differenze normative esistenti tra i paesi membri, sembra cercare una “terza via” tra legislazione e regolamentazione. La fin qui positiva esperienza britannica potrebbe tuttavia - attraverso un maggior ricorso alla autoregolamentazione, in grado di sovrapporsi in modo più flessibile alle diverse esperienze nazionali - rappresentare un utile modello per l’UE.
01/08/2003
L'Europa tutta d'accordo nel battersi per il "Parma" (Finanza & Mercati)
Come un sol uomo i paesi della UE hanno avviato una dura campagna per liberare “il Parma” ed altre 34 indicazioni geografiche (IG) abusivamente fatte proprie da produttori non europei (tra cui il Roquefort, lo Champagne, il Gorgonzola…). Non è ancora un riscatto dalle lacerazioni sulla liberazione dell’Irak, ma la “strategia gastronomica” europea appare comunque solida.
Obiettivo: creare un registro multilaterale delle IG, in modo da assicurare loro una protezione analoga a quella che ricevono nel territorio dell’Unione ed estendere le tipologie di prodotti cui sono applicabili.
La questione, che l’UE intende inserire nell’ambito dei negoziati commerciali che precedono la conferenza ministeriale WTO di Cancun, non è affatto di poco conto: secondo la Commissione al destino delle IG è legato quello di una parte rilevante dell’economia europea, ad esempio, quello di 138.000 aziende agricole in Francia e di circa 300.000 lavoratori in Italia. Nella UE esistono ben 4800 IG (4200 per vini ed altri alcolici e 600 per altri prodotti).
Secondo la portavoce della Commissione Arancha Gonzalez “la recente riforma della PAC va nel senso di una competizione internazionale basata sulla qualità e non più sulla quantità, anche a vantaggio dei paesi in via di sviluppo. Ma questo nostro sforzo rischia di risultare vano se il principale strumento per far valere tale qualità, le indicazioni geografiche, non sono protette sui mercati internazionali”.
Per Bruxelles la tutela offerta attualmente dalle regole del WTO sono insufficienti: ad esempio, nulla impedisce ad un produttore americano di etichettare un proprio formaggio “stile Roquefort” se da qualche parte nel prodotto è scritto “made in the USA”. A questo va aggiunto il problema delle indicazioni geografiche che – prima che l’accordo TRIPs entrasse in vigore e vietasse tali pratiche –siano state registrate come marchi nei paesi terzi. Caso emblematico, quello del “Parma”, registrato come marchio da un cittadino canadese quando era ancora possibile farlo, con il risultato che in Canada può essere venduto come “Parma” un prosciutto che di Parma non è, mentre l’originale deve essere commercializzato con il marchio “Number 1 Ham”, con perdite che Bruxelles stima in circa 3 milioni di euro annui.
“Abbiamo predisposto una lista di 35 indicazioni geografiche che sono divenute generiche nel commercio internazionale o che sono divenute marchi registrati: vogliamo riaverle indietro e utilizzarle in modo esclusivo” dichiara Arancha Gonzalez.
E proprio il Canada, con USA, Australia e Argentina, è in prima linea nell’opporsi alle rivendicazioni dell’UE. Sergio Marchi, ambasciatore canadese al WTO, afferma che “la questione non fa parte dell’agenda negoziale concordata a Doha ed in ogni caso sarebbe inutili i nostri sforzi per liberalizzare il commercio agricolo se poi, attraverso il diritto esclusivo di utilizzare denominazioni che in molti paesi sono ormai di utilizzo comune, si ricreano situazioni di monopolio.
La battaglia, in un dossier già abbastanza spinoso, si preannuncia difficile. L’UE ha sul tavolo argomenti, oltre che interessi, forti. Non altrettanto sembra esserlo la sua credibilità, minata da politiche commerciali ancora troppo protezionistiche nel settore primario e certo non rafforzata da una riforma della PAC che in molti giudicano “annacquata”.
Obiettivo: creare un registro multilaterale delle IG, in modo da assicurare loro una protezione analoga a quella che ricevono nel territorio dell’Unione ed estendere le tipologie di prodotti cui sono applicabili.
La questione, che l’UE intende inserire nell’ambito dei negoziati commerciali che precedono la conferenza ministeriale WTO di Cancun, non è affatto di poco conto: secondo la Commissione al destino delle IG è legato quello di una parte rilevante dell’economia europea, ad esempio, quello di 138.000 aziende agricole in Francia e di circa 300.000 lavoratori in Italia. Nella UE esistono ben 4800 IG (4200 per vini ed altri alcolici e 600 per altri prodotti).
Secondo la portavoce della Commissione Arancha Gonzalez “la recente riforma della PAC va nel senso di una competizione internazionale basata sulla qualità e non più sulla quantità, anche a vantaggio dei paesi in via di sviluppo. Ma questo nostro sforzo rischia di risultare vano se il principale strumento per far valere tale qualità, le indicazioni geografiche, non sono protette sui mercati internazionali”.
Per Bruxelles la tutela offerta attualmente dalle regole del WTO sono insufficienti: ad esempio, nulla impedisce ad un produttore americano di etichettare un proprio formaggio “stile Roquefort” se da qualche parte nel prodotto è scritto “made in the USA”. A questo va aggiunto il problema delle indicazioni geografiche che – prima che l’accordo TRIPs entrasse in vigore e vietasse tali pratiche –siano state registrate come marchi nei paesi terzi. Caso emblematico, quello del “Parma”, registrato come marchio da un cittadino canadese quando era ancora possibile farlo, con il risultato che in Canada può essere venduto come “Parma” un prosciutto che di Parma non è, mentre l’originale deve essere commercializzato con il marchio “Number 1 Ham”, con perdite che Bruxelles stima in circa 3 milioni di euro annui.
“Abbiamo predisposto una lista di 35 indicazioni geografiche che sono divenute generiche nel commercio internazionale o che sono divenute marchi registrati: vogliamo riaverle indietro e utilizzarle in modo esclusivo” dichiara Arancha Gonzalez.
E proprio il Canada, con USA, Australia e Argentina, è in prima linea nell’opporsi alle rivendicazioni dell’UE. Sergio Marchi, ambasciatore canadese al WTO, afferma che “la questione non fa parte dell’agenda negoziale concordata a Doha ed in ogni caso sarebbe inutili i nostri sforzi per liberalizzare il commercio agricolo se poi, attraverso il diritto esclusivo di utilizzare denominazioni che in molti paesi sono ormai di utilizzo comune, si ricreano situazioni di monopolio.
La battaglia, in un dossier già abbastanza spinoso, si preannuncia difficile. L’UE ha sul tavolo argomenti, oltre che interessi, forti. Non altrettanto sembra esserlo la sua credibilità, minata da politiche commerciali ancora troppo protezionistiche nel settore primario e certo non rafforzata da una riforma della PAC che in molti giudicano “annacquata”.